Qualche mese fa ho avuto modo di vedere l’ultimo documentario di Micheal Moore “Where to invade next” il quale descriveva con ammirazione la capacità che hanno avuto i tedeschi nell’elaborare e riconoscere le responsabilità del nazismo.

Pochi altri paesi lo hanno fatto (quasi nessuno) specialmente nell’approccio alla storia coloniale, ovvero ai saccheggi e agli abusi, anche piuttosto recenti.

Per quanto riguarda il Belgio, la terribile e dibattuta colonizzazione del Congo è stata recentemente raccontata in un romanzo diventato BestSeller : “Congo-Una Storia” di David van Reybrouck. Questo libro ha messo nero su bianco le atrocità di cui molti belgi si vergognano. Purtroppo questo non vale per tutti, infatti alcuni considerano ancora i congolesi come razza inferiore e vantano il ruolo “educativo” dei Belgi nei confronti di questa popolazione arretrata come un “aiuto” per il loro sviluppo. Quali siano stati i benefici per i congolesi ancora non è ben chiaro, ma di certo i Belgi basano parte del loro turismo sulla cioccolata che ovviamente non cresce nel nord Europa e decenni della colonizzazione sono ben visibili nei ricchi palazzi del centro, nelle numerosi gioielli e statue africane vendute negli antiquari e nel quartiere congolese di Matongé.

Ma il Belgio non è stato certo l’unico: non vi sono paesi dell’Europa Occidentale che non si siano macchiati di gravi crimini in epoca coloniale e post, come la riduzione in schiavitù, il saccheggio delle risorse, i massacri, i genocidi, il controllo politico e l’instaurazione di dittature militari.

Questi fatti non solo sono tra le cause di problemi economici e di pace nei cosiddetti paesi del “sud del mondo” o “ex-colonie”, ma sono alla base del razzismo odierno. E se pensiamo che in epoca coloniale si sono moltiplicati gli zoo umani, abbiamo trovato il punto di partenza per capire questo fenomeno.

A Liegi è stata allestita una mostra all’interno della Cité Miroir: si tratta di un edificio stupendo che negli anni trenta ospitava la piscina comunale. Dopo essere stato abbandonato per decenni, è stato trasformato di recente in un polo culturale per esposizioni e ha mantenuto la struttura originale, tra cui le due grandi vasche dotate di scalette e spalti tutti attorno.

Da settembre 2016 a fine febbraio 2017 la struttura ospita la mostra “Zoos Humaines-L’invention du sauvage” che che è stata presentata in diverse città d’Europa, passando anche per la California e la Costa D’Avorio.

La mostra è stata finanziata dalla Fondation Lilian Thuram, l’ex-calciatore francese originario di Guadalupe, impegnato politicamente per combattere il razzismo in tutte le sue forme e autore di alcuni libri tra cui “Per l’uguaglianza”.

“Dobbiamo interiorizzare l’idea semplice che il colore della pelle, la religione o il genere di una persona non influisce in alcun modo sulla sua intelligenza, sulle sue capacità fisiche, su quello che ama e quello che detesta” (Liliam Thuram)

Gli Zoo Umani erano la vetrina in patria della dominazione coloniale altrove: si trattava di grandi eventi di massa che sono stati cancellati dalla nostra memoria collettiva e che non esistono nei libri di storia.

Un approccio basato su una gerarchia di “razze umane”, legittimato dalla scienza dell’epoca, costituiva la facciata buona e giusta che giustificava le invasioni e l’esistenza degli imperi (qualcosa di simile ma più arcaico al fenomeno odierno di esportazione della nostra democrazia). Questi “spettacoli di altre umanità” hanno rappresentato una tappa fondamentale tra il razzismo scientifico e il razzismo popolare o di massa.

Gli Zoo Umani erano esibizioni antro-zoologiche di individui considerati “esotici” e mostrati al pubblico spesso accanto alle bestie selvagge prelevate dai paesi tropicali e portate in Europa. Il loro ruolo era quello di creare una prospettiva di “spettacolarizzazione” attorno all’immagine dell’Altro che ha tessuto le trame degli stereotipi attuali.

Rafforzare l’immagine dell’Altro, chiunque esso sia, è fondamentale per creare la propria identità soprattutto durante il periodo coloniale, il periodo storico in cui sono stati gettati i semi dei nazionalismi.

“Dopo il RInascimento e la Conquista dell’America, il razzismo regna sul mondo: nel mondo colonizzato vengono emarginate le maggioranze e nel mondo colonizzatore le minoranze” (Eduardo Galeano)

Gli “zoo” erano parte delle Esposizioni Coloniali ma anche nelle Expo Architettoniche. A Bruxelles nel 1958, quando fu presentato l’Atomium, i padiglioni erano alternati da riproduzioni di villaggi africani occupati da persone viventi. E così fu anche a Torino e a Milano, in quasi tutti i paesi dell’Europa e fuori dal nostro continente in USA, dove venivano esposti gli indiani, e in Giappone. Leggendo la lista di questo tipo di esposizioni, soltanto in Italia ce ne sono state 18 tra il 1882 e il 1940.

Uomini, donne e bambini importati dalle colonie insieme alle ricchezze delle loro terre, diventavano figuranti di un immaginario esotico che dopo anni non gli apparteneva più, tanto che alcuni di loro finivano per suicidarsi. 

Expo a Bruxelles del 1958: un immagine che recentemente ha creato dibattiti e polemiche.

Un pannello conclude la mostra spiegando la fine di queste esposizioni “disUmane”:

Il fenomeno degli Zoo Umani ha forgiato il nostro modo di guardare l’Altro. Comprendere che le discriminazioni hanno una storia e che sono sostenute da una costruzione sociale, aiuta a decostruirle. Decolonizzare il nostro sguardo per comprendere il legame tra passato e presente, significa saper tornare indietro al momento in cui il rapporto con l’Altro è stato il fondamento della nostra identità collettiva”

Gli zoo umani non esistono più anche se il colonialismo esiste sempre sotto forma di controllo politico ed economico delle ex-colonie. 

Al giorno d’oggi,  se ripenso agli zoo umani non può non venirmi in mente il fenomeno del turismo di massa. Viviamo in un’epoca in cui una buona parte di europei e nordamericani hanno la possibilità di andare dovunque e ascoltando e leggendo i racconti ho l’impressione che qualcosa di simile esista ancora, ma nei paesi d’origine di coloro che all’epoca erano considerati selvaggi. Non vengono più esportati in Europa con le loro capanne e loro tamburi, ma sono i viaggiatori ad andare da loro. Viaggiatori di tutti i tipi. Quelli che vanno a prendere il sole in un villaggio turistico ed escono per fare una gita organizzata e osservare come vive la popolazione locale, rimanendo colpiti nel guardare donne che fanno kilometri per portare l’acqua a casa senza chiedersi come mai il loro hotel abbia una piscina con ricambio d’acqua costante e un prato inglese in un luogo in cui non piove mai. Ma anche i viaggiatori fai da te, che non si fanno mancare il selfie con il bambino senza scarpe da pubblicare con il commento “guarda che carino, ma non ci lamentiamo che c’è chi sta peggio di noi, ma da loro fare cos’è normale”. Senza parlare del dibattito delle donne giraffa birmane esposte in Thailandia come le giraffe allo zoo.

Insomma, a Torino i turisti vanno a vedere la Mole ma non vengono a casa mia per vedere com’è il mio letto e per farmi la foto mentre mi lavo i denti. Probabilmente gli zoo umani ancora esistono, si raggiungono con offerte last minute e non ci sono più le gabbie. Abbiamo approfondito un po’ di più la comprensione verso la diversità culturale dell’Altro e la curiosità è più positiva, ma la distanza resta enorme.

Il viaggio è diventato un prodotto da vendere, e spesso richiede la “folklorizzazione” di culture in base ad una caricatura dell’esotismo. E’ il turismo di massa alla ricerca di nuovi zoo umani, che sono parte del pacchetto e attirano il cliente.

Per chi volesse saperne di più con una raccolta di filmati storici originali degli Zoo Umani esiste il documentario “Zoos humains di Pascal Blanchard e Éric Deroo.

One thought on “Gli Zoo Umani: l’invenzione del selvaggio, o meglio, del Razzismo”

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