Tutti dovremmo andare in Bosnia. Non solo per le sue montagne verdi, i paesini in cui il tempo sembra essersi fermato, le bellissime moschee accanto alle chiese cattoliche e ortodosse. La Bosnia è il punto di incontro tra Oriente e Occidente, è dolore, è storia contemporanea, è l’insegnamento più grande contro tutti i nazionalismi.

Un viaggio necessario, indispensabile per comprendere ciò che negli anni ’90 è successo proprio accanto a noi, senza che ce ne rendessimo conto.

La Bosnia è il paese che più ha sofferto per quel crudele conflitto che ha portato alla disgregazione della Yugoslavia. Qui la guerra è durata più a lungo, sono state commesse le azioni più atroci ed è qui che i tre maggiori gruppi identitari hanno iniziato, un giorno, ad odiarsi, diventando chiusi e impermeabili. Chi viveva in Bosnia doveva identificarsi in uno di questi. Non si poteva più essere semplicemente bosniaco, ma un bosniaco musulmano, un croato-bosniaco, un serbo-bosniaco. Il tuo amico, il tuo vicino, all’improvviso diventava il tuo nemico.

Ciò che è successo tra il 1992 e il 1996 è ancora visibile e incredibilmente presente. Quando uscirete dai centri storici restaurati, vi troverete davanti a tanti edifici in cui segni dei bombardamenti o dei proiettili sono ben evidenti.

Mostar, la seconda città più importante, vanta un fascino orientale, con i numerosi minareti, i vicoli stretti, gli hammam. Il suo simbolo è il vecchio ponte ottomano, lo Stari Most, che è stato quasi completamente distrutto dai croati nel 1993 quando la città era ormai spaccata in due parti (da un lato del fiume i cristiani e dall’altro i musulmani). Basta guardare alcune interviste su youtube di gente in lacrime per capire quanto il questo ponte fosse importante per la popolazione musulmana di Mostar. Il ponte ora è stato ricostruito, ma chissà quante ferite sono ancora aperte.

Mostar è da contemplare ma soprattutto da annusare: gli odori della sua cucina orientale, i dolcetti e il caffè turco.

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Stari Most

Nella regione circostante ci sono numerosi monasteri. Abbiamo evitato il visitatissimo Medjugorje e abbiamo scelto di fare una pausa al Monastero di Blagaj.

Il Monastero di Blagaj è un edificio ottomano, protetto da una parete di roccia e che si specchia nella sorgente del fiume Buna.

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Monastero di Blagaj

Si tratta di un monastero derviscio (ovvero appartenenete ad una confraternita religiosa musulmana), è necessario togliersi le scarpe ed entrare silenziosamente perchè molti fedeli pregano inginocchiati nelle piccole stanze.

La visita è interessante mentre dall’altro lato del fiume si può mangiare contemplando l’edificio e la natura che lo circonda.

Dopo qualche ora di strada tra le montagne, salendo di altitudine ecco sotto di noi una valle e raccolta lì, circondata dalle cime, Sarajevo.

tram a sarajevo

Ricordo ancora quando la mia insegnante delle medie ci mostrava le foto dell’assedio sui giornali e della città deserta sotto attacco. Ci diceva che i Serbi volevano radere al suolo la città. Da allora, mi è rimasto un forte desiderio di andare lì, anche se il suo nome mi trasmetteva tanta tristezza e angoscia.

Sarajevo oggi non è più così.

Il suo centro storico è uno splendore, il quartiere turco ti fa viaggiare ancora più ad est e le sue moschee sono state tutte restaurate. Accanto a loro ci sono le chiese cattoliche e ortodosse che sono il simbolo dell’unione delle tre religioni che fino al 1991 convivevano pacificamente e che ora cercano di risanare le loro ferite.

La grande Biblioteca Nazionale ed Universitaria, data alle fiamme e parzialmente distrutta nel 1992 è stata finalmente riaperta al pubblico dopo anni di restauro.

Ma Sarajevo è conosciuta anche per un famoso fatto storico: l’omicidio del duca Francisco Ferdinando d’Asburgo, l’episodio scatenenante che ha dato il via alla prima guerra mondiale.

Abbiamo attraversato il piccolo ponte a lui dedicato. Dall’altro lato una targa che ricorda il luogo in cui è stato ucciso e qualche metro più avanti c’è la porta di ingresso di un minuscolo museo. Il museo è davvero piccolo ma ci troverete reperti dell’epoca, vestiti e la pistola di Gavrilo. Inoltre potrete sedervi a guardare lo storico film sulla storia dell’omicidio più famoso d’Europa.

Francisco Ferdinando

Il quartiere più affascinante di Sarajevo è senza dubbio il quartiere turco con i suoi vicoli, la “piazza dei piccioni” e i piccoli bar in cui viene servito il caffè secondo la tradizione. Vale la pena visitare almeno una moschea, possibilmente se introdotti da una delle guide proposte all’ingresso: il ragazzo che ci ha accompagnati ha reso la nostra visita molto interessante rispondendo a tutte le nostre domande sulla comunità musulmana bosniaca e sul periodo della guerra.

piazza piccioni sarajevo

A Sarajevo abbiamo visitato tre musei, tutti dedicati al recente conflitto. Non ne sacrificherei neanche uno.

Il primo che abbiamo visto, in realtà è un’esposizione: la Gallery 11/07/95.

La galleria è dedicata alle vittime del massacro di Srebrenica. Grazie ad un’esposizione fotografica e un documentario cerca di chiarire cosa successe in quel luogo maledetto l’ 11 luglio del 1995. Una guida del museo, con indosso la maglietta “UN – United Nothing”, ci ha accompagnati per tutta la galleria spiegandoci ogni immagine. Ogni ora viene organizzata una visita gratuita. Oltre al documentario sui fatti di Srebrenica, viene proiettato anche un famoso cortometraggio sull’assedio di Sarajevo. Entrambi da vedere.

Gallery 11/07/95
Gallery 11/07/95

Il secondo che abbiamo visitato è stato il Museo della guerra o Museo Storico di Sarajevo, il cui edificio da solo può già raccontarvi l’assedio: le sue pareti esterne crivellate dai proiettili ricordano la distruzione della città. Il museo è poco curato, in vecchio stile e anche un pò decadente, ma è estremamente interessante. Mostra le immagini della vita quotidiana degli abitanti di Sarajevo durante l’assedio. Sono foto a colori di persone come noi, la cui vita è rimasta bloccata, congelata, cancellata per 4 anni. Inoltre è stata aggiunta una nuova sezione sull’aggiornamento dei processi in corso e quelli portati a termine dalla Corte Penale Internazionale a tutti coloro che, dopo anni, sono stati accusati di crimini di guerra contro l’umanità. E’ possibile guardare i video dei processi e ascoltare le testimonianze.

Museo Storico
Museo Storico

Il terzo e ultimo è il Museo del Tunnel, senza dubbio il più famoso dei tre. Non è stato facile da trovare, in quanto ci si arriva percorrendo una strada di campagna dietro l’aeroporto. Durante l’assedio infatti, l’unico modo per fare arrivare le derrate alimentari alla popolazione era l’area occupata dall’aeroporto. Ma attraversare la pista era diventato estremamente pericoloso perchè i cecchini serbi sparavano da lontano chiunque cercasse di attraversarla. Per questo motivo fu scavato il tunnel, in diversi mesi di lavoro, con attrezzi rudimentali. Questo tunnel, lungo 800 metri, ha salvato la città di Sarajevo.

Museo del Tunnel
Museo del Tunnel

Allontandoci da Sarajevo, siamo saliti sulle montagne in direzione Montenegro. La zona di Foça, non lontana dalla frontiera, ha visto aumentare il turismo grazie alle sue valli rigogliose, i fiumi e i canyon. E’ possibile fare rafting e altri sport di questo genere. La frontiera è un posto remoto e affascinante. La strada di montagna sterrata del lato bosniaco si trasforma in una strada asfaltata nuovissima nel lato montenegrino, che costeggia i canyon vertiginosi della valle del Piva.

Visitare la Bosnia è un’esperienza importante per i giovani, ma anche per noi che di quella guerra all’epoca non avevamo capito molto e che ancora oggi non si da sufficente spazio alla sua memoria.

Il suo passato ci ha insegnato che l’identità basata sulle razze non esiste ma è solo una corazza in cui ci si rifugia per sentirsi parte di un gruppo. Gente che prima aveva le stesse abitudini e parlava la stessa lingua ad un tratto ha iniziato ad esaltare le differenze, a ricostruire origini lontane e aggrapparsi a credenze religiose che fino a quel momento non venivano praticate più di tanto.

Esaltare le differenze da chi? Tutti siamo un miscuglio di tutte le razze, siamo tutti diversi e tutti uguali.

La Bosnia insegna che far parte di un gruppo etnico chiuso è pericoloso, trasforma l’uomo in un essere crudele e genera dolore. Rifugiarsi in identità forzatamente ricostruite, inflessibili e cieche, può portare soltanto alla distruzione reciproca.

palazzo distrutto sarajevo

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